FREDERICK SCOTT ARCHER E IL COLLODIO UMIDO

Frederick Scott Archer nasce nel 1813 a Bishop’s Stortford, Gran Bretagna.

Trasferitosi a Londra, diventa scultore e si avvicina alla fotografia in quanto è il sistema migliore per riprendere le immagini dei suoi soggetti.

Insoddisfatto della qualità dei risultati ottenuti con il metodo di Fox Talbot a causa della insufficiente nitidezza e del basso contrasto, inizia a sperimentare un nuovo metodo di sensibilizzazione delle lastre, nel tentativo di coniugare la finezza del dagherrotipo con la praticità del calotipo e mantenendo quindi la possibilità di stampare più copie dallo stesso negativo.

Questo nuovo procedimento viene messo a punto già verso il 1848, ma è ufficializzato soltanto nel 1851 mediante la pubblicazione di un articolo sul numero di “The Chemist”, del marzo di quell’anno.

Le operazioni di sensibilizzazione iniziano stendendo sulla lastra di vetro un prodotto che sia in grado di farvi aderire l’elemento fotosensibilie.

Questo prodotto è il cotone collodio o binitrocellulosa, cioè un composto di nitrocellulosa e di azoto, quest’ultimo nella percentuale di circa il 12%; si presenta come una sostanza dalla consistenza viscosa dotata però di un aspetto perfettamente limpido e trasparente.

In certi casi, in alternativa al cotone collodio, è usato ilfulmicotone o trinitrocellulosa o cotone fulminante, che tra l’altro è una sostanza altamente infiammabile ed esplosiva, tanto che nel  linguaggio comune, la locuzione “al fulmicotone” sta ad indicare un evento o un’azione che si verifica in tempi rapidissimi e/o con improvvisa violenza.

Si produce dalla mescolanza della cellulosa con acido nitrico e acido solforico.

L’elemento fotosensibile è invece costituito da nitrato d’argento.

Il cotone collodio (oppure il fulmicotone) viene sciolto in etere e vi si aggiunge ioduro di potassio; il prodotto ottenuto è una sorta di vernice trasparente che viene stesa su una lastra di vetro dove forma una sottilissima pellicola.

A questo punto la lastra è pronta per la sensibilizzazione, che avviene mediante immersione in una soluzione di nitrato d’argento; questo prodotto aderisce alla superficie spalmata con il collodio formando un velo di prodotto fotosensibile.

La lastra deve essere esposta mentre il nitrato d’argento è ancora umido e da tale particolarità il procedimento prende il nome (wet plate).

Dopo l’esposizione nella fotocamera la lastra viene sviluppata in una soluzione di acido pirogallico o di solfato ferroso ed infine fissata col tiosolfato producendo in tal modo un negativo su vetro che viene stampato per contatto su carta salata oppure su carta all’albumina.

La sensibilità del nitrato d’argento umido è molto superiore a quella delle lastre all’albumina e, in buone condizioni di luce diurna, pose di 20÷30 secondi producono già negativi stampabili.

Dal punto di vista pratico tale procedimento presenta un notevole inconveniente, costituito dal fatto che il fotografo è costretto a portare con sé l’attrezzatura per procedere alla sensibilizzazione delle lastre immediatamente prima di utilizzarle e deve quindi essere dotato di una specie di laboratorio mobile.

Questo laboratorio consiste normalmente in un carro coperto trainato da un cavallo.

L’uso di un carro è reso necessario non solo dall’uso delle lastre al collodio umido, ma anche dalle dimensioni e dal peso delle fotocamere e degli stativi, soprattutto se si tiene conto che il formato di lastra normalmente utilizzato è approssimativamente compreso (prendendo a riferimento i formati odierni) fra il 13 x 18 cm e il 18 x 24 cm.

Nonostante tali difficoltà logistiche ed operative, le lastre al collodio umido verranno utilizzate anche in condizioni di ripresa non proprio agevoli, come per esempio il reportage di guerra.

E’ con questo tipo di supporto che Roger Fenton e Felice Beato fotografano la guerra di Crimea e anche le prime immagini della guerra di Secessione americana vengono riprese da Mathew Brady e dai suoi collaboratori su tale materiale sensibile.

Frederick Scott Archer non brevetta il suo sistema, mettendolo a disposizione di chiunque e ciò appare coerente con le caratteristiche del personaggio, solitamente definito come un artista molto modesto e riservato.

Quindi il suo procedimento, benché molto utilizzato per alcuni anni, gli porta benefici economici quasi irrilevanti; a tale situazione di disagio vanno ad aggiungersi le cattive condizioni di salute in cui versa da tempo.

Muore nel 1857 a soli 44 anni, lasciando la sua famiglia in condizioni economiche alquanto precarie.

Sul n° 4 di “The Chemist” di quell’anno è riportata la notizia della sua morte, accompagnata da un breve resoconto sulla sua scoperta, annunciata sei anni prima proprio sulle pagine di quella stessa rivista; nell’articolo è annunciata l’apertura di una sottoscrizione in sua memoria ricordando che

The Photographic world must acknowledge a deep sense of obligation to the lamented Mr. Archer, for his wonderful discovery of the application of Collodion to the Photographic process”.

La sottoscrizione, aperta dalla Regina d’Inghilterra con 20 sterline, si conclude con la donazione di 747 sterline alla famiglia.